Qualche giorno fa, con mia moglie Titti, decidemmo di andare alla Biblioteca del Senato della Repubblica, in piazza della Minerva, ove era esposta l’opera di Antonello da Messina “Ecce homo”, acquistata in un’asta dal governo italiano.
È stato compiuto un atto di grande valore per il patrimonio artistico italiano, l’opera sarà allocata definitivamente in Comune dell’Aquila. È una giornata bellissima, sole caldissimo, cielo azzurrissimo, la prima dopo settimane di freddo, piogge violente, vento sferzante. Ci mettiamo in fila, c’è molta gente, la mostra è stata prorogata per qualche giorno.
La fila scorre lentamente, nella piazza, verso Palazzo Borromini. Al centro c’è la statua dell’elefantino scolpita dall’artista Bernini e collocata in modo “irrispettoso, beffardo” nei confronti del suo rivale Borromini, con il sedere rivolto verso Palazzo Borromini. Questa è Roma che racconta disfide, rivalità, litigi, delitti, ecc.
Mentre siamo rispettosamente in coda, mi accorgo che in piazza ci sono quattro ragazzini, sono in pantaloncini, maglietta a maniche corte che giocano a pallone, tocchi, tacchi, palleggi, colpi di testa…
Li guardo come se fossi incredibilmente sospeso in aria, con il naso rivolto all’insù, gli occhi strabuzzati di meraviglia, mentre nel cervello ruotano domande in un mulinello vorticoso “E’ vero quello che vedo? Vedo quello che vedo? Son desto o dormo? Ci sono qui o non ci sono o meglio dove sono?”.
È il momento di lasciarsi trasportare tra le nuvole immaginarie e proiettarsi in uno spazio “da ritorno al futuro”. Mi vedo bambino, a Gubbio, in piazza San Martino, due cartelle piene di quaderni, due libri, sono sbattute in terra e delimitano la “porticina” da una parte da difendere per non far fare goal agli avversari/amici e dall’altra parte per offendere, per far goal agli amici/avversari.
Partite epiche, ginocchia “sbucciate” per le “strusciate” sul selciato, sanguinanti ma incuranti del dolore, urla di gioia ad ogni goal fatto e grida addolorate ad ogni goal subito. E poi non si possono dimenticare i rischi che si correvano, il pallone colpito troppo forte e male indirizzato che vola, ne segui la traiettoria disperatamente finche’ va a sbattere contro la finestra, subito dopo lo strepitio delle urla della proprietaria di casa si mischiano con il rumore dei vetri frantumati che si abbattono sul selciato.
Non ti restava che prendere il pallone e scappare, nascondersi in un vicolo sperando solo che la bufera passasse, augurandosi con terrore che la signora non intercettasse babbo o mamma, altrimenti la serata era praticamente rovinata e ti prendevi rimproveri e ceffoni.
Però tornavi a giocare appena possibile, eri libero, eri felice, stavi con i tuoi amichetti, giocavi e facevi marachelle, giocavi e provavi il brivido del rischio. Era una palestra di vita, ti formavi nel carattere, ti addestravi nel giocare, ti sapevi sospeso tra la felicità e il ceffone. Questo è il gioco; questa, altresì, è la vita vera.
Noi abbiamo rubato le Piazze e le strade alle bambine ed ai bambini. Non ci possono più giocare; da luogo di formazione comunitaria sono diventati luoghi dello “spaccio”, del vuoto, dell’insicurezza, della solitudine “fragorosa”. Solo per questo dovremmo almeno vergognarci, fare qualcosa perché si possa rimediare al danno provocato.
Il calcio o meglio il gioco con la palla era poesia, racconto fantasmagorico, scherzo, valori condivisi, vivere la crescita verso l’età adulta con spensieratezza ed oggi? Perdiamo con la Bosnia, dopo aver perso con la Macedonia e con la Svezia, e ai bambini e alle bambine a cui abbiamo rubato le piazze e le strade per giocare, siamo così stati “bravi” da cancellare anche il sogno di emozionarsi con la maglia azzurra in un campionato del mondo. E vogliamo ancora restare, e diamo la colpa agli altri del disastro di cui siamo responsabili.
Anzi c’è addirittura qualcuno che ritiene che ci sia solo lui e che deve rimanere altrimenti sarebbe come fuggire dalle responsabilità. Un consiglio, il mondo non gira sulle vostre spalle, anzi se vi togliete, vedrete che il mondo girerà ugualmente e forse girerà anche meglio. Buon viaggio, senza alcun rimpianto.
Qualcuno o qualcuna forse sarà capace di riaprire un percorso virtuoso, far tornare il sorriso sui volti dei bambini che giocano felici e riaprire la strada per tornare a sognare e cantare la vittoria della maglia azzurra.

