“Violenza di Genere e Femminicidio” a Cura dell’Avvocato Miceli

Il seguente contributo si pone l’obiettivo di suggerire le migliori prassi da seguire nel corso di un procedimento penale avente ad oggetto presunta violenza di genere o maltrattamenti in danno delle donne in un’ottica bilanciata di protezione e dei diritti di difesa dell’indagato, anche nel caso di vittime di femminicidio.

La Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti della donna e la violenza domestica, adottata ad Istanbul l’11 maggio 2011 dal Consiglio d’ Europa, costituisce il caposaldo del primo strumento internazionale dall’efficacia vincolante, volto a creare un quadro normativo completo nella lotta alla violenza di genere.[1]

La Convenzione, aperta anche all’adesione dei Paesi non membri, estende ed integra le norme e le direttive previste da altre organizzazioni per i diritti umani, introducendo altresì nuovi strumenti in grado di consolidare l’azione di contrasto alla violenza contro le donne.[2]

Nasce, pertanto, la necessità di attivare forme di collaborazione tra le istituzioni competenti (Comuni, Servizi sociali, Servizi di neuropsichiatria infantile, Ordine degli Psicologi, Ordine degli Psichiatri, ASP, Istituti Scolastici, Forze dell’ordine, Procure della Repubblica, Tribunali ed Avvocatura) per garantire un’effettiva tutela della donna prima, durante e dopo il procedimento penale con la consapevolezza che il percorso avviato con l’avvio dell’azione investigativa influenzerà inevitabilmente il complessivo progetto di protezione, sostegno e recupero della stessa.

In particolar modo la stessa Convezione opera un recepimento dei principi elaborati sul tema dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, le cui decisioni sono state il frutto di un’interpretazione in chiave progressista degli artt. 2, 3 e 14 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti umani e delle libertà fondamentali, basata sulla Prevention, Protection and Prosecution,quali “tre principali momenti costitutivi dell’architetturagarantistica”, rappresenta il livello più alto a livello  europeo di prevenzione e contrasto alla violenza contro le donne. [3]

Sulla stessa linea infatti, viene riconosciuta la violenza di genere quale violenza “strutturale” della stessa, basata sulla persistente concezione dell’inferiorità della donna nei confronti dell’uomo11.

Diverso è il caso del femminicidio, l’introduzione del CODICE ROSSO è frutto della  presa di coscienza dell’inadeguatezza delle sole strategie tradizionali di matrice punitiva, ed anche la previsione di fattispecie penali[4], ha spinto verso l’adozione di misure alternative e sinergiche, volte alla predisposizione di una tutela più effettiva, che non si traduca esclusivamente in politiche repressive.

Le azioni contemplate possono essere ricondotte a scopi di prevenzione e di protezione e ad attività di monitoraggio ed integrazione[5].

Con il Codice rosso, il legislatore è intervenuto, altresì, in Italia al fine di tutelare il prima possibile la vittima, introducendo nuove condotte sanzionabili, inasprendo anche le pene già esistenti e abbreviando le tempistiche giudiziali. La violenza di genere assume così una configurazione simile agli attentati terroristici, definiti a previsione zero. Ciò significa che, nonostante tutte le possibilità di prevenire, in effetti non si sa dove e come avverrà il reato. Unico denominatore comune di ogni evento è la presenza di un delirio di onnipotenza nel reo, che lo induce a volersi disfare della persona che dovrebbe amare, piuttosto che allontanarsi e gestire la propria reazione emotiva, quand’anche negativa, in maniera libera ma controllata. L’Eures li chiama “femminicidi del possesso” e spiega che dipendono, in genere, dalla decisione da parte della donna di interrompere la relazione con il partner: sono oltre 400 le donne uccise in Italia, dal 2000 a oggi, per aver lasciato il proprio compagno.

La “prevenzione” del fenomeno non può che attuarsi sul terreno dell’educazione culturale,  si pone come obiettivo ambizioso di  ridurre in maniera sensibile la casistica dei reati riconducibili alla violenza contro le donne. Casi particolarmente difficili sono gli episodi di abuso che vengono percepiti dalla comunità di appartenenza come frutto di consuetudini sociali[6] o vengono giustificati da codici di condotta basati misogini stereotipi culturali[7].

Ad oggi, è importante e evidenziare la necessità di una “tutela integrata”, trattando la violenza maschile sulle donne nelle sue forme più estreme e, sottolineando come la quasi totale assenza delle Istituzioni — soprattutto in passato — ha contribuito, attraverso una sorta di “concorso di colpa”, alla mancata difesa della donna.

Avvocato Mari (Mariangela) Miceli


[1] In tal senso, G. BELLANTONI, Tutela della donna e processo penale: a proposito della legge n. 119/2013, in Dir. pen. proc., 2014, 6, 648.

[2] Sulla modificazione di tipo “formale” del rapporto tra coniugi e sui caratteri strutturali della violenza di genere nei contesti familiari cfr. R. SENIGAGLIA, La Convenzione di Istanbul contro la violenza nei confronti delle donne e domestica tra ordini di protezione e responsabilità civile endofamiliare in Riv. Dir. Priv., 2015, 1, 111 ss.

[3] Ibidem

 [4] L’anticipazione della soglia del “penalmente perseguibile” non può, nel nostro ordinamento, stante l’operatività del principio di legalità e dei suoi corollari, spingersi al di là del tentativo di reato. I meri atti preparatori che non si traducano cioè in «atti idonei diretti in modo non equivoco a commettere un reato», ex art. 56 c.p., non sono perseguibili. Spesso, tuttavia, nella tipologia dei “reati di genere”, la risposta sanzionatoria alla commissione del fatto-reato non costituisce un effettivo ristoro per la vittima e non è in grado di cancellare gli effetti materiali e psicologici che ne derivano.

[5] Così A. ANSELMO, cit., 72.

[6] Si allude al fenomeno delle “pratiche interculturali”, quali le spose bambine, le mutilazioni genitali femminili, la gravidanza forzata, gli aborti selettivi etc.

[7] Il riferimento è ai così detti “reati culturalmente orientati”, ossia legati a una particolare cultura o concezione religiosa, i cui autori ritengono che i motivi del loro agire contra legem debbano essere valutati alla stregua del proprio credo religioso e quindi“scriminati” in relazione ad un’esimente religiosa ovvero ad una cultural defence. In tali ipotesi, l’invocato multiculturalismo si pone apertamente in contrasto con i principi del diritto penale moderno, producendo un’ attitudine alla soggettivazione della responsabilità penale. L’approccio dottrinale nel conflitto tra norme penali e norme culturali si bipartisce in due modelli principali: uno, di tipo assimilazionista, richiede una completa integrazione dello straniero nella tradizione nazionale dello Stato che lo accoglie, con relativa soggezione alle regole di diritto del proprio sistema penale; l’altro, di tipo integrazionista – multiculturalista, più sensibile alle specificità culturali e identitarie, giustifica condotte penalmente rilevanti ma culturalmente orientate mediante le ordinarie scriminanti del consenso dell’avente diritto e dell’esercizio di un diritto, o, attraverso l’operare delle cause di non punibilità per mancanza dell’elemento soggettivo. Anche la prospettiva più “multiculturale,” di accettazione delle diversità, non può, tuttavia, non porre dei limiti al riconoscimento della liceità di alcune condotte soprattutto laddove si tratti di interferire con la tutela dei diritti umani fondamentali, dalla quale non deve certamente prescindersi. Sul tema si considerino F. BASILE, Premesse per uno studio sui rapporti tra diritto penale e società multiculturale. Uno sguardo alla giurisprudenza europea sui c.d. reati culturalmente motivati, in Riv. it. dir. e proc. pen., 2008, 1, 149 ss.