Proteggere l’Infanzia e il Dolore: Anna Fanciullo, Madre di Giulio Zavatteri, Difende la Privacy dei Minori (di Lilia Ricca)

Anna Fanciullo è la madre di Giulio Zavatteri, un ragazzo di 19 anni, palermitano, come tanti altri, venuto a mancare quattro anni fa. Con questo articolo la donna rivolge un appello al mondo del terzo settore, a quello educativo e scolastico, ai genitori impegnati nella cura dei propri figli. Un richiamo alla responsabilità degli adulti e al rispetto della privacy dei minori; a quella giustizia di cui parlava Orwell, che si oppone al “potere” ma si lega profondamente alla “verità”. Orwell sosteneva che la giustizia richiedesse un impegno costante per la verità, per il rispetto della dignità umana e per la coesione morale contro le “forze” che cercano di annullarle. 

Quella di Anna Fanciullo è la voce di una madre: una madre che cerca di esporsi rispettando il proprio figlio e il dolore per la sua perdita. Il contributo di Anna Fanciullo richiama ai fenomeni sociologici che gli esperti definiscono “sharenting” e “teatralizzazione del dolore”.

Il termine “sharenting”, coniato negli Stati Uniti, deriva dalle parole inglesi “share” (condividere) e “parenting” (genitorialità) e descrive il fenomeno di una “condivisione online costante da parte dei genitori di contenuti che riguardano i propri figli” (esempio: foto, video, ecografie, storie). Nella maggior parte dei casi questa esposizione avviene senza il loro consenso perché troppo piccoli o non ancora grandi da comprenderne le implicazioni, oppure perché il consenso non viene loro richiesto.

Nei tre anni dalla morte di Giulio Zavatteri numerosi servizi giornalistici e contenuti sui social media hanno raccontato e continuano a raccontare la vita personale di Giulio da minorenne. La madre però non ha mai dato il consenso. Un’esposizione che non fa del bene alla vittima e ai familiari di chi subisce un torto. “Sensibilizzare i giovani è necessario – dice Anna Fanciullo -, ma dipende come lo si fa. Sovraesporre una vittima? Con quale finalità? Ci siamo chiesti se la vittima avrebbe gradito questa esposizione?”.

“La vittima non deve passare da eroe – aggiunge la sociologa Giorgia Butera, presidente di METE Onlus, organizzazione che opera sul fronte internazionale dei diritti umani -. Le implicazioni di un’esposizione ripetuta, definita ‘sharenting’, sono diverse e complesse: la violazione della privacy, un diritto non solo degli adulti, ma anche dei minori, come sancito dalla Convenzione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, e più recentemente dal Regolamento generale sulla Protezione dei dati (GDPR); e la mancata tutela dell’immagine del minore: si pensi alla perdita di controllo su informazioni e contenuti a disposizione di chiunque.”

“La mia intenzione è fare breccia nell’animo degli adulti per sensibilizzare continua la mamma di Giulio Zavatteri -. Quello che chiedo è nel motivo stesso di questo appello che rivolgo agli operatori sociali, agli educatori, ai genitori. Chiedo che l’immagine di mio figlio venga rispettata. È un messaggio universale che vale per qualunque madre. Ci sono vari modi per sensibilizzare sulle dipendenze e sull’uso di droghe: non è quello di sovraesporre una vittima, farlo quando è minorenne e senza che ci sia il consenso di un genitore.”

La mamma di Giulio Zavatteri sta portando avanti una battaglia sui social media per proteggere la privacy di suo figlio: realizza dei video su TikTok che hanno riscontrato un grande successo raggiungendo il milione di like.

La vicenda di Anna Fanciullo tocca anche la sfera della violenza di genere. “Non è possibile prevenire la violenza senza prima sradicare la disuguaglianza dice Anna Fanciullo -. Ancora oggi, una donna deve sostenere una lotta estenuante per ottenere i medesimi diritti e la considerazione di un uomo. La mia esperienza ne è un esempio lampante: come madre e come donna dice Anna Fanciullo -, sono stata deliberatamente occultata, resa invisibile, messa a tacere, dalle istituzioni civili e religiose di questa città. Per rivendicare i miei diritti e per difendere il sacro diritto alla privacy di mio figlio Giulio, sono stata costretta a iniziare una faticosa battaglia legale e sociale. Ho vissuto sulla mia pelle la violenza di genere nella sua forma più istituzionale. Siamo anni luce lontani dalla parità in un mondo continua Fanciullo -, in cui, troppo spesso, la parola di una madre è sistematicamente annullata o ritenuta meno autorevole di quella di un padre.”

L’eccessiva divulgazione di informazioni dei minori non coinvolge soltanto i genitori, ma può coinvolgere anche parenti e amici. Attualmente è l’articolo 10 del Codice Civile la norma che tutela l’interesse del soggetto a che la sua immagine non venga diffusa o esposta pubblicamente. Una norma che va ricollegata con gli articoli 96-97 della legge sul diritto d’autore (L. 633/1941).

L’articolo 96 impedisce che l’immagine di una persona possa essere esposta, pubblicata o messa in commercio senza consenso di questa. L’articolo 97, da un lato permette la riproduzione quando questa risulti giustificata dalla notorietà, dalla necessità di giustizia o di polizia, o che venga utilizzata per scopi scientifici, didattici e culturali, quindi, dal collegamento ad avvenimenti o cerimonie di interesse pubblico; dall’altro vieta l’esposizione o la messa in commercio dell’immagine quando questa arreca pregiudizio all’onore, alla reputazione, al decoro della persona ritratta.

La protezione dell’immagine spetta prima di tutto alla persona, fisica, ma anche giuridica, interessata. Vi è però l’estensione del diritto ad agire in giudizio anche ai familiari o parenti più prossimi (coniuge, genitori e figli) nell’ottica costituzionalmente orientata di solidarietà familiare.